...D I P E N D E R E
Prendi il "vizio" di volerti bene!!


        SUL FUMO....

E' ormai ampiamente dimostrato a vari livelli, che i danni provocati dal fumo, all'organismo

di chi è sottoposto attivamente o passivamente alla sua azione, sono molteplici e destabilizzano progressivamente in maniera grave e inarrestabile  la salute delle persone coinvolte.

Ovvio quindi che l'unica alternativa che si configura come ragionevole ed appropriata, è la sospensione definitiva di questa abitudine deleteria.

Per smettere di fumare può essere utile ,e determinante, ricordare che Il vero problema  è  che il fumo e la sigaretta  sono semplicemente strumentali e funzionali all'evitamento di stati dell'essere indesiderati e/o spiacevoli.

Promettendo, garantendo, tra l'altro, uno stato di intenso benessere, una sorta di "beatitudine" che sperimentavamo nella fase in cui l'allattamento veniva associato al benessere funzionale al nutrimento ed alla crescita .

Accendere la sigaretta, o dipendere da alcolici o assumere sostanze dopanti, è un modo per proteggersi dagli effetti di stati depressivi, ansiogeni e di angoscia generalizzata spaventante.

Questo modo di proteggersi ricorda un po' quel che fanno i freni ad impuntamento di emergenza degli ascensori ..impediscono di precipitare e schiantarsi.

Mentre per chi prende l'ascensore ciò ha un senso, per le persone che fumano sigarette questo rappresenta solo essere vittime di un bluff, o peggio farsi truffare da una implicita falsa promessa e garanzia.

Quindi la prima operazione da intraprendere quando si vuole smettere di fumare, può essere quella di percepire, riconoscere i propri bisogni e necessità, le proprie paure, le proprie aspettative ed a volte le proprie pretese.

Significa centrarsi nel proprio "IO Adulto"(vedi psicoterapia evolutiva, G.C.Giacobbe)

quello che decide, prende, conquista, pianifica, rischia e combatte e vince. (Vince le proprie

paure, si libera dalle pretese e dalle aspettative)

Chi "dipende" non è mai l'io adulto, ma l'io bambino, quello che può solo chiedere ed attendere passivamente.

L'io bambino semplicemente NON PUÒ decidere, ma quando si vuole smettere di fumare, se rimaniamo nel ns. io bambino, gli imponiamo e chiediamo qualcosa che è incompatibile con il proprio essere e la propria natura.

Significa quindi accogliere se stessi, accorgersi della propria unicità e complessità smettendo di evitare qualcosa che in realtà non rappresenta nessuna minaccia reale, ma solo richiede di conoscere parti di se' ed eventualmente evolversi e modificarsi nella maniera più opportuna ed appropriata.

La dipendenza in realtà è verso la funzione di protezione emozionale che è in parte chimica e fisiologica verso le sostanze che si aspirano.... Sappiamo ovviamente che c'è una oggettiva dipendenza dalla nicotina che si instaura sempre più nel tempo, ma l'astinenza da fumo comporta una sofferenza che è data solo in parte dalla mancanza della nicotina e dalle altre diavolerie volatili, ma è causata soprattutto dall'assenza di tutela e protezione dallo stato di disagio.

Come dimostra la ricerca del professor Bruce Alexander che negli  anni 70, inducendo la dipendenza da eroina e cocaina nei topi questi non risultavano poi dipendenti nel momento in cui venivano messi in ambienti spaziosi e favorevoli sia alla socializzazione che all'attività. La stessa cosa avveniva per i soldati reduci dal Vietnam che pur rimanendo in astinenza da eroina e cocaina, tornando a casa in USA presso contesti familiari e sociali accoglienti e favorevoli, " dimenticavano" la dipendenza e le relative sostanze.

Questo spiegava quindi, la misteriosa e spontanea "dissuasione" dei soldati americani che venivano congedati come eroinomani e cocainomani conclamati, e dopo poche settimane in patria, in famiglia e tra gli amici tornavano perfettamente ' normali" Ovvero non più bisognosi di supporti di sostegno.

Accogliendo quindi il ruolo delle emozioni e degli stati emozionali, abbiamo anche, a questo punto, il rimedio, l'antidoto alla causa della maggior parte delle dipendenze in quanto "compensazioni esistenziali" utili comunque per la sopravvivenza.

Esiste ancora una valenza molto potente nel creare e mantenere gli automatismi della dipendenza,

si tratta di questo: nella fase della suzione orale per l'allattamento, si sperimenta ancor prima di avere coscienza ed identità, uno stato di beatitudine funzionale a garantire il nutrimento e l'accrescimento.

Più avanti negli anni, spesso l'adulto di fronte alle difficoltà e gli impegni della vita, regredisce alla fase orale e si compensa con sostituti così come gli schemi della memoria infantile gli suggeriscono.. è molto più difficile , quasi impossibile opporsi perché la neurofisiologia è più predisposta alla ricezione passiva della suzione (sigaretta) piuttosto effettuare altre scelte che da quello stato dell'io verrebbero vissute come penalizzazioni causa di sofferenze insostenibili.

In relazione a questo, non è da sottovalutare la notizia che annuncia la scoperta dei geni che determinano la dipendenza dal fumo e la capacità più o meno di uscirne.

I responsabili individuati sembrano essere almeno 15.

Ecco perchè smettere di fumare rappresenta una delle imprese più ardue che si possano affrontare.

Senza contare i danni causati dalla nicotina, è opportuno ricordarsi anche delle 4000 sostanze volatili che si si attivano e si sprigionano durante il fumo della sigaretta.

Il metodo A P S - Apprendimento Progressivo Sistemico ( metodo A.Ciani )

Le risorse che compongono il metodo possono essere facilmente elencate e descritte:

innanzi tutto la citisina, alcaloide che "inganna" i recettori della nicotina e permette di smettere di fumare senza problemi iniziali di dipendenza e astinenza.

Le tecniche di rilassamento e visualizzazione. Per allenare le persone ad immaginarsi e vedersi in grado di poter cambiare comportamento.

Altre modalità strategiche sono identificabili nelle prescrizioni o "affermazioni paradossali"

Ricordiamoci che quasi tutti quelli che hanno iniziato a fumare lo hanno fatto in modalità "trasgressiva" Ossia di nascosto e sapendo che "non era giusto" farlo ecc.

Ne consegue che se voglio liberarmi da una abitudine nata come trasgressiva non posso certo farlo in modalità auto-impositiva...

Quindi ottengo di più se mi dico "devi fumare", forza accendine un'altra, che fai smetti? Devi accendere... ecc

Altro aspetto rilevante e quello di trattare il fumatore (che non riesce a smettere)

come un individuo che compensa consapevolmente o meno degli stati di depressione, ansia, e aree affettive scompensate regredendo in una fase di beata e passiva ricezione.

Caratteristica centrale del metodo è dato dalla "psicoterapia preventiva e virtuale" che consistendo in tracce audio da ascoltare "praticando" quotidianamente, aiuta ad esorcizzare il pericolo di cedimenti depressivi e /o ansiogeni.

Ulteriore contributo al tutto, va riconosciuto al metodo di respirazione Buteyko, che mi ha permesso di "ancorare" a delle modalità di respiro semplici e nuove, la libertà consapevole dal fumo e dagli effetti della nicotina.



Metodo Buteyko - Il Buon Respiro - Metodo di Respiro Buteyko





La triade BAMBINO - ADULTO -GENITORE (delle psicoterapia evolutiva)applicata alla nostra personalità, mi ha permesso infine di poter attivare le risorse giuste in maniera armonica e determinante per il risultato finale.



Giulio Cesare Giacobbe: la psicoterapia evolutiva - Interviste su YOUTUBE

Giulio Cesare Giacobbe racconta la psicoterapia evolutiva e il modello che ha sviluppato nel corso della sua esperienza...

Metodo Buteyko - Il Buon Respiro - Metodo di Respiro Buteyko

Il Buon Respiro Metodo di Respiro Buteyko: 



Non è la droga che crea la dipendenza dalla droga

Secondo Johann Hari, la chimica c'entra fino a un certo punto, molto fanno il contesto e il bisogno di soluzioni psicologiche al dolore

Dario Ronzoni

Cosa provoca la dipendenza dalle droghe? La risposta appare ovvia: la droga stessa. È la sostanza stupefacente a indurre l'organismo ad assuefarsi, imporre il bisogno di una nuova assunzione e poi, se la domanda non viene soddisfatta, reagire con scompensi biochimici (la sindrome da astinenza) dolorosi e invalidanti. Questa è una certezza, e ci sono fior di studi scientifici che lo dimostrano.

Ma c'è un dubbio. E se non fosse così? Cosa succede se a provocare la dipendenza non sia la droga stessa, ma qualcos'altro? Se lo è chiesto il giornalista inglese Johann Hari nel suo ultimo libro, Chasing the Scream: The First and Last Days of the War on Drugs, e ritiene di aver trovato anche una risposta. No, sostiene, non è la droga a provocare dipendenza. Tutt'altro. La verità, continua, è diversa e - per molti aspetti - impensabile.

Il libro racconta un'inchiesta durata tre anni e, come dice l'autore, oltre 30mila miglia. Come spesso accade, le conclusioni sono andate in una direzione diversa rispetto a quello che era il proposito iniziale. Hari voleva tracciare l'inizio di quella che definisce "la guerra alla droga", cioè tutto l'insieme di politiche repressive e proibizioniste che hanno colpito il consumo di stupefacenti nel XX secolo. Oltre a verificarne l'efficacia - sulla questione il libro non ha dubbi: no, non sono efficaci - voleva anche capire quale fosse la mentalità su cui si sono basate le spinte proibizioniste. È arrivato, infine, a stabilire un nuovo paradigma attraverso cui guardare il fenomeno della droga e a riconsiderare la dipendenza.

Secondo Hari, l'archetipo della "guerra alle droghe" è Harry Anslinger, commissario del Federal Bureau of Narcoticsdal 1930 al 1962, che ha impostato una linea rigidissima. Sotto la sua guida, la guerra è stata condotta sia contro "gli spacciatori di droga" che contro "i drogati" («sono in primo luogo criminali, e poi persone dipendenti dalla droga»). Tra le vittime degli agenti di Ansligner, e dei loro mezzi brutali, c'è la cantante nera Billie Holiday, che diventa, nel libro, l'archetipo della "drogata".


«Le persone che prendono droghe lo fanno perché ne ricavano un bene. Non esiste una cosa come l'uso responsabile della droga, perché questo costituisce la norma, non l'eccezione»

Si accenna poi a come "la guerra alla droga" sia diventata, a causa della pressione Usa, un fenomeno globale. Negli anni '30 il Messico «guardò ai vicini del nord che lanciavano la guerra alle droghe, e pensò che non avrebbe funzionato». Allora «scelse una strada diversa», seguendo le indicazioni di Leopoldo Salazar Viniegra, a capo del Dipartimento per le droghe e gli alcolici, decisero di mantenere legali le droghe e di fornirle attraverso una rete statale. «Mostrava agli Usa che esisteva un'alternativa migliore al proibizionismo» La cosa funzionò poco: Aslinger «cominciò a chiedere che venisse cacciato» e dopo una lunga pressione riuscì nel suo intento. Il Messico adottò le politiche proibizioniste Usa, lasciando che la mafia si impadronisse del controllo delle droghe.

Il quadro, insomma è chiaro: la guerra alle droghe non ha funzionato, non ha sradicato il problema e, al contrario, ha regalato un intero settore nelle mani della criminalità organizzata, che lo gestisce e lo controlla a livello planetario, dal cartello messicano alla baby gang urbana. La soppressione dello spaccio non colpisce lo spaccio, ma solo gli spacciatori, che dopo l'arresto vengono subito sostituiti (in seguito a violenze e regolamenti di conti tra concorrenti di bande rivali). Per cui, non viene nemmeno soppressa la violenza. Ma tutto questo è solo una parte del libro, la prima. È nella seconda, invece, dove Hari presenta la sua teoria.

«Per chi vuole cambiare la legislazione delle droghe ci sono due argomenti da presentare. Il primo è il più semplice». E sostiene, nella sostanza, «che tutti siamo d'accordo che le droghe siano un male, ma che la proibizione delle droghe sia peggio». Non risolve il problema, solo ne aggiunge altri (la criminalità, gli abusi) a uno di base, che è «il consumo stesso». Oppure, si sceglie una visione diversa, e piuttosto azzardata: cioè che «le persone che prendono droghe - e sono la stragrande maggioranza - lo fanno perché ne ricavano un bene (che può essere una serata divertente, una deadline rispettata, la possibilità di dormire bene)». Insomma, «non si stanno facendo del male. Perché "non esiste una cosa come l'uso responsabile della droga, perché questo costituisce la norma, non l'eccezione».

Per capire cosa questo significa, Hari affastella alcuni dati interessanti. In primo luogo, «solo il 10% di chi fa uso di droga ha problemi con la sostanza. Il 90%, cioè la schiacciante maggioranza, no». È un dato fornito dall'Ufficio per il controllo delle droghe dell'Onu. Poi, secondo un report dell'Oms (mai pubblicato, in realtà, ma solo rilasciato attraverso un leak) «l'uso sperimentale e occasionale [della cocaina] e di gran lunga il più comune. Quello compulsivo/disfunzionale è senza dubbio meno comune».

Il rapporto tra l'uomo e gli stupefacenti è una «reazione adattativa» al contesto

Si aggiunga una serie di fenomeni tratti dalla storia, dagli allucinogeni nelle Ande nel 2000 a. C., al rito dei misteri eleusini ad Atene, che consisteva in una sorta di rave religioso istituzionalizzato (tanto che quando il generale Alcibiade sottrae il funghetto allucinogeno dal tempio viene condannato per empietà), alle coltivazioni cinesi di oppio del 700 a. C. La questione è, per dirla con le parle del professor Andrew Weil, citato nel libro, che «l'ubiquità dell'uso di droghe [nella storia] è così notevole che deve rappresentare un appetito umano basilare». Per uso di droghe si intende anche un consumo moderato di alcol.

Queste osservazioni lo portano a formulare una lettura diversa del rapporto tra l'uomo e gli stupefacenti: è una «reazione adattativa» al contesto. L'uso di droghe, insomma, non è un «male in sé», ma lo è nel momento in cui si realizza la condizione di dipendenza. Quando, cioè, all'uso ricreativo, che viene addirittura considerato naturale (avviene anche in altre specie animali, sottolinea), si sostituisce un uso disfunzionale e tossico. E questo succede - si va per gradi - quando «si incrocia una sostanza potenzialmente addictive a una personalità suscettibile di sviluppare dipendenza». E quale personalità sarebbe più suscettibile di altre? Secondo Hari, che si rifà alle tesi di Gabor Maté, medico e inventore di un metodo di trattamento delle dipendenze non convenzionale, sono le persone che hanno subito traumi pesanti durante la propria infanzia.

L'ipotesi è controversa, e lo stesso Hari non la considera completa. Gli studi in questione presentano risultati non costanti. Prendendo comunque per buono il suggerimento, Hari prosegue: e perché le persone che hanno avuto problemi ricorrono alla droga? Anche qui, la risposta non è scientifica (almeno, non ci sono studi esaurienti al riguardo), ma solo intuitiva: perché la droga permette di attenuare un dolore che non si riesce a sopportare. Si tratta di un allargamento della prospettiva, che conduce a conclusioni impreviste. Ma che ridimensiona il ruolo attribuito alla droga, considerato una via di fuga dallo stress (in questo caso, uno stress provocato dal dolore).

Secondo uno studio condotto da uno psicologo canadese, Bruce Alexander, c'è un'altra variabile che spiega la dipendenza da droghe. L'esperimento è piuttosto noto e viene chiamato "Rat Park", e mette in discussione altre ricerche sugli effetti delle droghe sul cervello, che dimostravano che un ratto, dopo aver assunto uno stupefacente, tornava ad assumerlo in modo continuo fino a disinteressarsi di ogni altra cosa. Nel suo esperimento Alexander crea due ambienti: il primo è il classico topo, in gabbia, a cui viene somministrata della morfina e cui viene lasciata, in un flacone, una quantità giornaliera. Il secondo, invece, è un «paradiso per topi», il Rat Park, provvisto di giochi, cibo, forme di svago e altri topi con cui intrattenere rapporti sociali e sessuali. Anche nel Rat Park c'è un flacone di morfina, anche questa somministrata ai topi.

Il risultato è eloquente: il topo, da solo, si attacca al flacone e lo esaurisce in poco tempo. Sviluppa una dipendenza da stupefacenti, disinteressandosi a ogni altra attività. I topi del Rat Park, dopo un etusiasmo iniziale, abbandonano il flacone. Alcuni ritornano, ogni tanto, ad assumerne piccole quantità. Altri nemmeno quello. In un ambiente "sociale" più ampio e interessante, il topo non prova alcun bisogno di "drogarsi", conclude lo studio. Se invece rimane chiuso in gabbia, da solo, la droga risulta una via di fuga efficace. Si tratta, appunto, di un adattamento alle circostanze.

«La dipendenza non sta in ciò che ingerisci o ti inietti. Ma nel dolore che c'è nella tua testa»

Un esperimento del genere, compiuto sugli esseri umani, esiste già. È la Guerra del Vietnam. Durante l'invasione, il 20% dei soldati Usa è diventato dipendente dall'eroina. Un dato incredibile, dal momento che voleva dire che c'erano più drogati in Vietnam che in tutti gli Usa. L'allarme era alto: cosa sarebbe successo al momento del ritorno a casa? Si temevano scenari apocalittici e, invece, non è successo nulla. Il 95%, in un anno, ha smesso. Del restante 5%, molti assumevano eroina anche prima di partire. La conclusione? Che il contesto cambia tutto: se "togli un uomo da una giungla pestilenziale, dove persone che non riesci a vedee cercano tutto il giorno di ucciderti per motivi che non capisci, vedrai che - sorpresa! - il suo bisogno di bucarsi scompare all'improvviso".

Di fronte a questi fenomeni, Hari trae alcune conclusioni. La dipendenza non è una malattia, ma una risposta adattativa a una situazione di disagio. Può essere provocata da traumi antichi, cioè risalenti all'infanzia, o a situazioni di difficoltà presenti: «la dipendenza non sta in ciò che ingerisci o ti inietti. Ma nel dolore che c'è nella tua testa», e dal quale si cerca rimedio.

Ma quindi? Non esiste alcun effetto chimico? Certo che sì. La reazione è evidente, comprovata, innegabile. Così come lo sono i segni dell'astinenza. «Sarebbe assurdo affermare il contrario», ma «è difficile capire le percentuali: quanto è dovuto alla sostanza? E quanto a ciò che c'è intorno?». L'esempio dei cerotti di nicotina, che pure dovrebbero funzionare perché rilasciano nell'organismo la sostanza di cui sente il bisogno, è eloquente: chi li prende non smette di fumare. La «dipendenza fisica e la dipendenza tout court sono due cose da distinguere. Quando il corpo è attratto da una sostanza particolare e ne sente il bisogno, è un caso di dipendenza fisica. L'altra è uno stato psicologico [...] che fa sì che ti convinca di non riuscire ad andare avanti senza». E questo spiega perché, anche quando i sintomi della dipendenza fisica sono esauriti, c'è sempre il rischio di una ricaduta. Sono le condizioni psicologiche di stress (secondo Hari, causato da dolore o disagio) che riattivano l'abitudine a cercare sollievo nelle droghe.

Nonostante sia una posizione difficile, il tentativo di Hari è interessante. L'obiettivo (evidente) del libro è una critica alle politiche proibizionistiche che hanno segnato il XX secolo: suggerisce di rivedere del tutto la concezione di chi assume droga, e i rimedi per farlo smettere. Arrivare a negare la dipendenza come proprietà intrinseca della sostanza - è indubbio - risponde a questa esigenza. Anche se il drogato non viene criminalizzato, ma curato, la proposta è di tener conto della situazione emotiva, sentimentale ed esistenziale che lo ha spinto a rivolgersi alle droghe come soluzione. Ed evitare di strapparlo a un contesto positivo, di stabilità, per obbligarlo a cure che non avranno effetto. Più o meno come avevano fatto con Billie Holiday, provocandone la fine.



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Le 4 vitamine che ripuliscono i polmoni di un fumatore!


Le persone che fumano regolarmente hanno un maggiore bisogno di micronutrienti. Oltre ai micronutrienti come lo iodio e lo zinco, ci sono tutte le vitamine e i minerali che possono derivare dalla vostra dieta. Alcune vitamine sono particolarmente importanti per i fumatori, perché possono contrastare gli effetti negativi che il fumo ha sui polmoni.

Una vitamina a cui si dovrebbe prestare particolare attenzione è l'acido ascorbico. Potreste conoscerla come vitamina C, che è veramente essenziale per il vostro sistema immunitario

Quelli che fumano hanno i loro organi danneggiati. In particolare, i polmoni sono carichi di nicotina. Le persone che smettono di fumare non possono aspettarsi che i loro organi vengano ripuliti nel giro di pochi giorni. La nicotina danneggia permanentemente gli organi di qualsiasi organismo. Ci vuole un po' di tempo perché le sostanze inquinanti vengano smaltite e gli organi si riprendano. In questa fase di rigenerazione, è possibile sostenere il corpo consumando alcune vitamine che possono accelerare il processo di rigenerazione e ridurre i sintomi respiratori.


Vitamina C : la cura per i polmoni

I fumatori hanno un maggiore bisogno di acido ascorbico, poiché i livelli di vitamina C nell'organismo diminuiscono di un quarto a causa del consumo di sigarette. Una carenza di vitamina C aumenta la suscettibilità alle infezioni, perché il sistema immunitario non può combattere gli attacchi esterni senza questa vitamina. Ma non è solo il sistema immunitario che soffre in assenza di vitamina C. Anche l'insonnia e l'apparizione prematura di rughe così come le gengive doloranti e sanguinanti sono alcuni sintomi che indicano una carenza di questa vitamina. Pertanto, è importante includere nella dieta quotidiana un numero sufficiente di alimenti ricchi di vitamina C. I fumatori devono consumare una quantità di vitamina C tre volte superiore a quella dei non fumatori. Gli alimenti che sono una grande fonte di vitamina C sono: ananas, agrumi, mandarini, kiwi e pompelmi.

La vitamina C non solo supporta la capacità di rigenerazione dei polmoni, ma aiuta anche ad alleviare i sintomi di dipendenza come il nervosismo.

Vitamina A : un amplificatore del sistema immunitario

Anche la vitamina A svolge un ruolo centrale in un sistema immunitario ben funzionante. La mancanza di vitamina A o betacarotene aumenta infatti il rischio di malattie infettive, in particolare nell'apparato respiratorio.

La vitamina A si trova in molti alimenti arancioni e rossi. Pertanto, carote, zucche, pesche, mango, pomodori e pompelmi sono grandi fonti di vitamina A. Anche il consumo regolare di broccoli, lattuga, bietole e prugne può aiutare a raggiungere il fabbisogno giornaliero di beta-carotene.

Vitamina E: il cacciatore di radicali liberi

Vitamina E è un termine generico per molti antiossidanti diversi. Tra gli altri, i tocoferoli lavorano nel corpo alla ricerca di radicali liberi. Questi radicali liberi possono aumentare il rischio di cancro. La vitamina E li rende innocui e quindi contribuisce alla prevenzione del cancro. La vitamina E svolge anche un ruolo significativo nella lotta contro altre malattie. I sintomi premestruali, l'Alzheimer e l'infertilità negli uomini possono essere tutti collegati alla vitamina E.

Importante fonte di vitamina E sono le arachidi, il pane integrale, i cavoletti di Bruxelles, la lattuga, i cereali, i prodotti a base di soia, il riso, le noci di cocco e i tuorli d'uovo.

Vitamina B9: l'arma miracolosa contro le neurotossine

La vitamina B9, nota anche come acido folico, è essenziale per un sistema nervoso sano. Poiché la nicotina è una neurotossina e danneggia queste strutture, è particolarmente importante per i fumatori. L'acido folico è responsabile della formazione delle cellule del sangue, motivo per cui svolge un ruolo importante nella prevenzione dell'anemia. Inoltre, la vitamina aiuta la nostra pelle ed è importante per i nostri neurotrasmettitori.

Includi avocado, prodotti a base di soia, fragole, noci, uva, cipolle, aglio, limoni, zucche e carote nella tua dieta.Dovresti prendere questo punto molto sul serio e prenderti cura di includere questo elemento nella tua alimentazione.

Come potete vedere, è particolarmente importante per i fumatori mangiare cibi ricchi di vitamine. Quelli che fumano hanno un maggiore bisogno di micronutrienti rispetto ad altri. Questo per sostenere il corpo mentre cerca di rigenerare i sistemi degli organi danneggiati. Se non trovi facile cambiare la tua dieta da solo, includi anche i tuoi amici! Insieme potete cucinare e mangiare meglio, e sarà anche più divertente.

Questi contenuti sono stati creati usando al meglio le nostre conoscenze, ma è di natura generale e non può sostituire le raccomandazioni del tuo medico. La tua salute è importante per noi!

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Riacquista il tuo potere sciogliendo il corpo di dolore ...


Riacquista il tuo potere sciogliendo il corpo di dolore ...

Davvero viviamo con un potenziale di energia che è un centesimo di quella a cui potremmo attingere.

Non sorprendetevi se nei testi antichi trovate scritto di persone che vivevano tantissimi, che avevano una forza enorme o dalle capacità psichiche fuori dalla norma. Questo accade anche ora ma molto più raramente dato che la maggior parte dell'umanità è assorbita in un'illusione mentale che assorbe tutta l'energia che altrimenti sarebbe usata.

Eckhart Tolle parla del corpo di dolore, i toltechi parlano del mitote, entrambi intendono una sorta di entità che si nutre della nostra energia e può farlo finché abbiamo pensieri ed emozioni negative con cui ci identifichiamo. Ogni volta che siamo travolti da un'energia di rabbia o odio e facciamo qualcosa che non faremmo mai, ci trasformiamo diventando un'altra persona, spesso il tono di voce cambia e anche il viso, ci sentiamo confusi e senza energia dopo che l'abbiamo agito, è successo che il corpo di dolore ha preso il controllo del corpo per nutrirsi manifestando quella negatività che è la sua essenza e nutrimento.

Ecco alcuni estratti di Eckhart Tolle tratti dai suoi libri Il Potere di Adesso e Un Nuovo Mondo che spiegano chiaramente cos'è il corpo di dolore, come nasce e come dissolverlo.

COME NASCE IL CORPO DI DOLORE

"Qualsiasi emozione negativa che non sia completamente confrontata e vista per quello che è nel momento in cui nasce, non si dissolve completamente. Si lascia dietro un resto di dolore.

I resti del dolore rimasto da una qualsiasi forte emozione negativa non affrontata, non accettata, e quindi non lasciata andare, si uniscono per formare un campo energetico che vive in ogni cellula del vostro corpo. Questo campo di emozioni vecchie, ma ancora molto presenti e che vivono in quasi tutti gli esseri umani, è il corpo di dolore.

Il corpo di dolore è una forma di energia semi-autonoma che vive nella maggior parte degli esseri umani, un'entità fatta di emozioni. Ha una sua intelligenza primitiva, non dissimile dalla furbizia animale, diretta principalmente alla sopravvivenza.

COME SI NUTRE IL CORPO DI DOLORE

Come tutte le forme di vita, periodicamente ha bisogno di nutrirsi, di prendere nuova energia, e il cibo che richiede consiste di energia compatibile con la propria, un'energia che vibra a una frequenza simile. Ogni esperienza emozionale dolorosa può essere usata come cibo dal corpo di dolore; ecco perché prospera con il pensiero negativo così come nel dramma delle relazioni. Il corpo di dolore è dipendente dall'infelicità.

Può essere uno shock quando comprendete per la prima volta che vi è qualcosa in voi che periodicamente cerca emozioni negative, cerca infelicità.

Si nutrirà di ogni esperienza che entri in risonanza con il suo stesso tipo di energia, ogni cosa che crei ulteriore dolore sotto qualunque forma: collera, capacità distruttiva, odio, afflizione, dramma emozionale, violenza, perfino malattia. Il dolore può alimentarsi soltanto di dolore, e una volta che il corpo di dolore si è impadronito di voi, necessitate di altro dolore, e diventate vittime, o persecutori.

La sua sopravvivenza dipende dalla vostra identificazione inconsapevole con esso, nonché dalla vostra paura inconsapevole di affrontare il dolore che vive in voi. Allora può impadronirsi di voi, diventare voi, e vivere attraverso voi. Deve alimentarsi tramite voi.

Cosi il corpo di dolore, quando vi ha posseduto, creerà nella vostra vita una situazione che riflette la sua propria frequenza energetica, perché se ne possa nutrire. Il dolore può solo nutrirsi di dolore. Il dolore non può nutrirsi di gioia: la trova veramente indigesta!

COME SI INNESCA E RISVEGLIA

Se lo considerate un'entità invisibile a sé stante, vi avvicinate molto alla verità. State in guardia per scoprire eventuali segni di infelicità in voi, sotto qualunque forma: può essere il corpo di dolore che si risveglia. Può assumere la forma di irritazione, impazienza, malinconia, desiderio di offendere, collera, furore, depressione, necessità di avere qualche dramma nei rapporti personali, e così via.

Il corpo del dolore emozionale ha due modalità di essere: latente ed attivo.
Può essere in uno stato latente per il 90 % del tempo. Tuttavia, in una persona profondamente infelice, può essere attivo fino al 100% del tempo.

Alcune persone vivono quasi completamente nel loro corpo di dolore, mentre altre possono sperimentarlo solamente in certe situazioni, come nelle relazioni intime, oppure in situazioni legate ad abbandoni o perdite del passato, ferite emozionali o fisiche e così via.

Qualunque cosa può risvegliarlo, specialmente se risuona con uno schema di sofferenza del vostro passato. Quando è pronto per risvegliarsi dal suo stato latente, perfino un pensiero o un'innocente osservazione fatta da qualcuno che vi è vicino lo può attivare.

Il corpo di dolore è un campo energetico, quasi come un' entità, che si è temporaneamente istallata nel vostro spazio interiore. È energia vitale che è rimasta intrappolata, energia che non sta fluendo più. Ovviamente il corpo di dolore è lì perché sono accadute in passato certe cose. È il passato che vive in voi e se vi identificate con quello, vi identificate con il passato.

L'identità di vittima è credere che il passato è più potente del presente, che è l'opposto della verità. È il credere che altre persone, e ciò che vi hanno fatto, siano responsabili per chi voi siete ora, per la vostra sofferenza emozionale, o per la vostra incapacità di essere chi siete veramente.

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SOLO RISIEDERE NEL MOMENTO PRESENTE PUO' SCIOGLIERE IL DOLORE

Lo schema abituale del pensiero che crea l'emozione è invertito nel caso del corpo di dolore, almeno inizialmente. In questo caso l'emozione guadagna rapidamente il controllo del vostro pensiero e, una volta che la mente è stata sopraffatta dal corpo di dolore, il pensiero diventa negativo. La voce nella testa vi racconterà storie tristi, oppure piene di ansia o di rabbia, su voi stessi o sulla vita, sugli altri, sul passato, sul futuro, o su eventi immaginari. La voce starà incolpando, accusando, lamentandosi, immaginando. E voi sarete così totalmente identificati con qualsiasi cosa vi dica quella voce, credendo ai suoi pensieri distorti. A quel punto, la dipendenza dall'infelicità è in atto.

In ogni momento mantenete il sapere di quel momento, in particolare del vostro stato interiore.

Se vi è rabbia sappiate che c'è rabbia. Se vi è gelosia, difesa, impulso a litigare, bisogno di aver ragione, un bambino interiore che esige amore ed attenzione, o dolore emozionale di qualunque tipo; qualunque cosa sia, sappiate la realtà di quel momento e mantenete questo sapere.

Non cercate nessun altro stato che quello nel quale siete ora, altrimenti metterete in piedi un conflitto interiore ed una resistenza inconscia.

Perdonate voi stessi per non essere in pace. Il momento in cui accettate completamente il vostro non essere in pace, la vostra non pace viene trasmutata in pace. Qualunque cosa accettiate completamente vi porterà lì, vi porterà nella pace. Questo è il miracolo dell'arrendersi. Quando accettate ciò che è, ogni momento è il miglior momento."

Respira, sii presente, senti l'energia del corpo di dolore, testimonia i pensieri e le emozioni che sono sorte. Non c'è niente di sbagliato in questo momento, sii consapevole del momento. Puoi anche agire 'in modo negativo' ma l'importante è che ci sia consapevolezza. E ogni volta il corpo di dolore sarà sempre più debole e al tua presenza sarà sempre più intensa, e la tua gioia sarà sempre più costante e quella ferita primordiale si dissolverà. Tratto da: dionidream Fonti: ununiverso

ECKHART TOLLE nasce in Germania nel 1948, dove trascorre i primi tredici anni della sua vita. Dopo essersi laureato all'Università di Londra, ha svolto un lavoro di ricerca e di supervisione presso l'Università di Cambridge. All'età di ventinove anni una profonda trasformazione spirituale ha dissolto la sua vecchia identità ed ha radicalmente mutato la sua vita.

Gli anni seguenti sono stati dedicati alla comprensione, all'integrazione ed approfondimento di quella trasformazione, che aveva segnalato l'inizio di un intenso viaggio interiore. Negli ultimi 10 anni Eckhart Tolle è stato un counselor e un insegnante spirituale, incontrando persone individualmente o in piccoli gruppi, in Europa e in Nord America. Vive a Vancuver dal 1996.

L'insegnamento di Eckhart Tolle, maestro spirituale occidentale contemporaneo, non fa parte di alcuna tradizione o religione ma ugualmente non esclude alcun sentiero. Insegna a vivere il "qui e ora" e a sentirsi in unione con tutto ciò che esiste.

Il "New York Times" nel 2008 ha definitoEckhart Tolle "l'autore di spiritualità più famoso d'America". Ma erano già stati milioni di lettori in tutto il mondo a eleggerlo come il maggior maestro spirituale vivente.

Le sue opere occupano un posto d'onore in un immaginaria "libreria dello spirito" accanto a quelle di Osho e Krishnamurti. E tutto questo perché Eckhart Tolle rappresenta la sintesi perfetta fra millenni di saggezza e il sentire contemporaneo. Con una chiarezza e un efficacia straordinarie, Tolle condensa nelle sue pagine gli insegnamenti dei grandi della storia del pensiero, da Buddha a Gesù, ma anche Shakespeare e, perché no, i Rolling Stone.

Nelle parole del grande maestro Eckhart Tolle, nel libro Il Potere di Adesso, leggiamo: "la maggior parte della Sofferenza umana è superflua. Si crea da se fintanto che a gestire la nostra vita è la mente inconsapevole, non osservata. Il Dolore che voi create è sempre qualche forma di Resistenza interiore, qualche forma di non Accettazione...l'Intensità di quel dolore dipende dal grado di resistenza al Presente, e questo a sua volta dipende dal grado di identificazione che avete con la vostra mente...".

Il Corpo di Dolore è un accumulo di Sofferenza passata, cui si aggiunge quella che continuiamo, inconsapevolmente, a generare nel presente. Il Dramma di questo meccanismo è che questo cumulo di Sofferenza che ci trasciniamo miseramente dietro, tende a attaccarsi agli altri, alle persone a noi vicine, ed ha bisogno di generare Dolore per nutrirsene. Trasformandoci in Vittime o in Carnefici, toccando i "tasti giusti" per attivare quella sofferenza latente e rendendo le nostre relazioni di "basso livello", cioè basate sull'Attaccamento e sulla Dipendenza.

Fin tanto che questo meccanismo non è reso consapevole, non è osservato come un meditante osserva i suoi pensieri senza indentificarcisi, esso continua ad espandere dolore, rendendoci generatori inconsapevoli di nervosismo, tristezza, rabbia, ignavismo, giudizio, critica inutile, competitività ecc

Una introduzione al Corpo di Dolore: portandovi consapevolezza questa dipendenza inconscia dal dolore inizia a svanire, a non guidare più le nostre vite, volgendo le nostre relazioni verso la crescita interiore e verso l'Amore e l'Amicizia più maturi.

Logosintesi: ovvero come aiutarsi con le parole 


Neuroscienze e Cervello

Redazione Scienza e Conoscenza - 01/01/2016

Per capire che cos'è la logosintesi partiamo dalla prima affermazione:

"Recupero tutta la mia energia legata a questo ricordo, e la riporto nel posto giusto in me stesso/a".

Un individuo che pronunci questa frase dopo aver focalizzato un ricordo doloroso, molto probabilmente farà un'esperienza memorabile. Le caratteristiche sensoriali della scena tenderanno a mutare, facendosi sempre meno definite. Le reazioni corporee ed emotive al ricordo, quali tensione, rabbia, paura, dolore saranno sempre meno evidenti, ed in taluni casi scompariranno come neve al sole. Magia?

Per qualcuno potrebbe sembrarlo, invece trattasi di logos syn thesis ovvero riunire mediante le parole: si richiama quel frammento del sé che si era "staccato" al momento dell'evento doloroso e che era rimasto letteralmente congelato nello spazio e nel tempo, dando luogo ad una sorta di enclave energetica.

Nel 2005 il Dr. Willem Lammers, psicoterapeuta con esperienza clinica ultratrentennale, ha fatto una serie di scoperte che l'hanno condotto ad ideare un nuovo modello di auto-aiuto e di cambiamento guidato: Logosintesi.


Il metodo della Logosintesi

Le radici di questo metodo affondano nelle viscere della storia umana, in tempi nei quali lo sciamano era considerato il punto di riferimento del villaggio per le sue capacità di interagire con il mondo del sovrasensibile. Tra le varie culture sciamaniche troviamo un'idea comune a varie latitudini: un evento traumatico crea un "frammento d'anima", una scheggia di coscienza che si separa e si isola dal tutto per gestire l'evento e le sue conseguenze. Uno dei ruoli dello sciamano è quindi quello di aiutare il sofferente, mediante specifici rituali, nel recupero di quel frammento così che la sua consapevolezza possa tornare (un po' più) intera. Inoltre, spetta sempre all'uomo di medicina la cacciata degli spiriti maligni (leggi: energia estranea) dalla coscienza dell'individuo.

"Allontano tutta l'energia estranea collegata a questo ricordo, da tutte le mie cellule, dal mio corpo e dal mio spazio personale, e la rimando nel luogo e nel tempo a cui realmente appartiene".

Gli elementi percettivi dell'esperienza dolorosa, che il soggetto ha inconsciamente trattenuto, vengono finalmente rilasciati in seguito all'enunciazione di questa frase. L'energia di persone, luoghi, idee, credenze viene restituita in flusso al legittimo "proprietario", favorendo un sostanziale riequilibrio ed una ulteriore presa di coscienza. La frase di allontanamento costituisce il punto due del processo di Logosintesi, ed è spesso risolutiva senza essere vanamente consolatoria. Diversamente da approcci che cercano di compensare un vissuto doloroso mediante la reinterpretazione cognitiva, Logosintesi prevede il ripristino della coscienza (energia) allo stato fluido, ovvero alla possibilità di rispondere alla vita nei modi più efficaci. Nessun giudizio, nessuna comparazione: dato l'evento X rimasto cristallizzato nell'orizzonte spazio-temporale, si utilizza il potere della parola per recuperare il frammento del sé che si è staccato dalla coscienza (dissociazione), e per allontanare ciò che non appartiene ed è rimasto come un ologramma nello spazio personale (introiezione).

A partire dall'accadimento di X e della sua cristallizzazione, l'individuo inizia a reagire ad esso mediante emozioni, sintomi fisici e azioni, che possono coagularsi in schemi cognitivi e comportamentali. Talvolta queste reazioni vanno avanti per anni (si pensi al disturbo post traumatico da stress) e continueranno a farlo fino a quando nella rappresentazione dell'evento non sia stato ripristinato il flusso.

Ecco allora la terza frase di Logosintesi:


"Recupero tutta la mia energia legata a tutte le mie reazioni a questo ricordo, e la riporto al posto giusto in me stesso/a".

Dopo l'enunciazione di queste parole il soggetto, che già aveva trovato sollievo dalla vaporizzazione dell'evento, può smettere di reagire ad esso (anche se lo faceva da mesi o anni) realizzando una verità facile da afferrare cognitivamente solo se la parte più arcaica del cervello è liberata. L'evento appartiene al passato, tuttavia la sua traccia (che è stata bonificata grazie alle prime due frasi) veniva reiterata continuando così a generare reazioni inutili e spesso dannose. L'individuo ha così elaborato qualcosa fino ad allora indigesto, ha smesso di reagire in modo meccanico ad un evento del passato ed ha a disposizione il suo potenziale di consapevolezza (che varia da persona a persona) per poter vivere il presente.


I quattro principi della Logosintesi

La Logosintesi è strutturata su quattro principi fondamentali che illustrano l'origine della sofferenza umana, il modo con il quale si perpetua ed una via per uscirne.

1. La sofferenza deriva da una perdita di contatto con l'Essenza, la natura spirituale dell'essere umano.

2. Introiezioni e parti dissociate creano e mantengono questo stato di disconnessione.

3. Introiezioni e parti dissociate sono ologrammi congelati presenti nello spazio di percezione.

4. Il potere della parola permette di dissolvere questi ologrammi, riportando l'energia in flusso.

La possibilità di manifestare la coscienza è il tratto peculiare dell'essere umano. Possiamo definirla come la capacità di comprendere ciò che accade, oltre che ad influenzarlo. La coscienza varia in base all'età, alle esperienze pregresse, alle caratteristiche genetiche ed alle memorie genealogiche, alle attitudini e alle abitudini cognitive e comportamentali. Inoltre, la consapevolezza cambia anche in base ai periodi, alle fasi della vita, alle situazioni contingenti ed a chissà quanti altri possibili fattori di influenza. La tendenza è quella di una evoluzione della coscienza partendo dalla nascita (o dal concepimento?) fino all'età adulta. Ciò che può turbare un bambino è spesso fonte di ilarità per un adulto.
Ecco perché la fase della vita maggiormente suscettibile di creare ologrammi congelati è proprio l'infanzia. Man mano il bambino cresce e si abitua alla vita sulla Terra, il contatto con la natura spirituale viene meno a causa di eventi e situazioni ingestibili dalla coscienza infantile. La minaccia dell'abbandono, l'incapacità di comunicare i propri bisogni, il confronto con realtà non sempre amichevoli portano ad un progressivo cristallizzarsi di scene, parole, suoni, odori, sapori e percezioni di un mondo a tratti incomprensibile e pericoloso. Le urla dei genitori, le aggressioni da parte di fratelli e sorelle, i litigi, la sofferenza percepita negli adulti diventano introiezioni, veri e propri ologrammi che si affastellano nell'orizzonte percettivo e lì rimangono anche per anni, talvolta per un'intera vita. Ad essi fanno fronte le parti dissociate, i frammenti d'anima che si staccano dalla coscienza per gestire le introiezioni. Gli ologrammi ed i frammenti costituiscono dei veri e propri mondi congelati, che stabilizzano la percezione della realtà dell'individuo ma che ne restringono enormemente la visione e lo spazio d'azione. Tali mondi rimangono come statue nel museo percettivo dell'individuo, influenzandone pensieri, emozioni e comportamenti spesso in modo del tutto inconscio.

Il quarto principio ci illustra che gli ologrammi e le parti dissociate possono essere dissolti grazie al potere della parola, uno dei più antichi dell'umanità. Le varie tradizioni spirituali e religiose attribuiscono a dèi e uomini la capacità di orientare l'intento (leggi: creare) grazie alla parola, proferita sia all'interno di precisi rituali sia come semplice manifestazione delle intenzioni di chi parla.

Le frasi di Logosintesi agiscono al di là della mente razionale, tanto che anche i bambini possono utilizzarle pur non comprendendone pienamente il senso. Veicolando l'intento di ripristinare il flusso nei confronti di ciò che è rimasto congelato nell'orizzonte percettivo dell'individuo, vale a dire memorie, fantasie o credenze, le frasi favoriscono la digestione delle esperienze e delle reazioni ad esse.


Coscienza nel tempo e nello spazio

La coscienza si può cristallizzare nel passato, nella rappresentazione interna di episodi non gestibili altrimenti. Scene di violenza psicologica, verbale o fisica, ma anche situazioni manipolatorie non forzatamente minacciose che sono penetrate nello spazio di percezione diventando regole, tabù o convinzioni.

La coscienza si può cristallizzare nel futuro, mediante l'immaginazione automatica di situazioni diverse dalla realtà, siano esse positive o negative. L'aspettativa che un giorno verrà il principe azzurro (o la principessa rosa) è altrettanto dannosa della fantasia di poter essere aggrediti: una genera una vita costruita su un ideale (che giocoforza limita la percezione della realtà e delle opportunità che essa offre) mentre l'altra dà luogo ad attacchi di panico e comportamenti fobici.

Ancora, la coscienza si può congelare in una credenza: idee politiche, scientifiche, religiose, psicologiche etc. possono influenzare pesantemente uomini e popoli, alterandone la capacità di esprimere il loro pieno potenziale.

Infine, la coscienza si cristallizza nel momento in cui l'individuo vive una data esperienza (reale o immaginata), conservando le caratteristiche e le funzioni di quel momento. Pertanto un episodio di violenza vissuto all'età di quattro anni conserverà non solo le rappresentazioni sensoriali dell'evento, ma anche le modalità di reazione del bambino. Quando, una volta divenuto adulto, qualcosa nell'ambiente andrà a risvegliare l'episodio congelato, le reazioni saranno automaticamente simili a quelle archiviate al momento dell'evento, ovvero da bambino di quattro anni. Assistiamo in questo caso ad una inversione della freccia del tempo, dove un adulto più o meno integrato ed una parte bambina dissociata coesistono in un solo corpo. Logosintesi è il mezzo per riportare tutto al tempo ed al luogo giusti, ovvero in allineamento con l'Essenza.

Queste osservazioni conducono ad una considerazione in grado, una volta compresa, di generare grande entusiasmo. Che la coscienza sia cristallizzata nel passato, nel futuro o in una credenza, la soluzione è a portata di bocca.

Pronunciare le frasi di Logosintesi dopo aver attentamente focalizzato l'ologramma e le reazioni che porta con sé conduce invariabilmente gli esperti utilizzatori ad un ripristino del flusso, foriero di nuove possibilità e modalità di gestione dell'ambiente interiore ed esteriore. Le reazioni da automatiche diventano più consapevoli, e si espandono gli orizzonti di scelta. Laddove prima la rabbia o la sofferenza era l'unica possibilità, dopo l'intervento con Logosintesi il ventaglio delle possibili reazioni aumenta. I praticanti di lunga data si sono accorti che Logosintesi diventa una sorta di disciplina, un approccio che si rivela utile non solo per sanare il passato o cambiare il futuro, ma anche per riportare il flusso in tutti quegli ambiti di vita che non erano mai stati messi in questione. Così ogni valore, idea, memoria, fantasia vengono trasformati dal potere delle parole, passando da idee e percezioni congelate a rappresentazioni di un mondo in continuo mutamento.

Per concludere, Logosintesi può essere scambiata per una tecnica mentre in realtà è molto di più: un modello elegante ed efficace per favorire l'evoluzione dei singoli e dei gruppi umani, oltre che uno strumento indispensabile a chi opera nel campo della relazione d'aiuto.