...di ignorare il disagio
diario di un adolescente in reclusione

I

"Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione"

Antonio Piotti, esperto di "ritirati sociali"

In Giappone li chiamano hikikomori.

Lo psicoterapeuta del Minotauro di

Milano Antonio Piotti usa più di frequente

la definizione di "ritirati sociali".

Fatto sta che il fenomeno è corposo

e a tratti preoccupanti. Secondo le

stime del professore sono tra i 60mila

e gli 80mila i casi in Italia: adolescenti

che si chiudono nella loro stanza, restano

giornate intere al computer, rifiutando di

andare a scuola e in generale di uscire. Un

problema poco studiato e sul quale le ricerche

latitano. Ma che Piotti affronta da anni e sul

quale ha scritto due libri: "Il banco vuoto.

Diario di un adolescente in estrema reclusione"

e il più recente "Il corpo in una stanza.

Adolescenti ritirati che vivono di computer"

, entrambi editi da Franco Angeli.


Professore, i ritirati sociali c'erano anche una

volta?


"Sicuramente meno. La questione centrale

è che siamo immersi in una cultura che

esalta la bellezza, l'esibizionismo, l'apparire.

Chi si sente brutto, inadeguato, goffo o non

capace socialmente prova una sensazione

bruciante e fallimentare. Scappa, si isola,

cerca di proteggersi dentro casa".


Chi sono i più colpiti?


"Il fenomeno colpisce soprattutto i giovani

tra i 15 e i 20 anni. E in particolare i maschi.

Sono adolescenti che si vestono spesso come

vogliono le mamme, che non hanno assunto

il look della loro età, che sono per molti versi

ancora bambini e che vivono una condizione

di blocco verso i coetanei, sia dello stesso

sesso che del sesso opposto".


Qual è il tratto comune in chi soffre del

problema?


"La fobia scolare, che non ha nulla a che

con il rendimento scolastico. Per i ritirati

sociali è intollerabile presentarsi a scuola,

entrare in relazione con i compagni e gli

insegnanti. La scuola fa rima con vergogna

sociale".

compagno da frequentare: con quali esiti?


"Da un lato la rete consente una ripresa:

lì si possono fare le esperienze che fuori

non si fanno, si vivono le relazioni che

con il corpo non vengono vissute, si

costruiscono immaginari altrimenti

inaccessibili. Ma la rete è anche minacciosa:

mentre protegge, continua a escludere.

E diventa sempre più difficile uscire dalla

propria condizione".


I ritirati sociali sono oggetto di derisione e

pregiudizio da parte dei coetanei?


"Non tanto. Tendono a essere trasparenti,

non vengono notati, smettono di esistere per

gli altri. Negli studi che abbiamo fatto al

Minotauro, non sono emerse connessioni

importanti con il bullismo".


Ci sono dei campanelli d'allarme che

consentono ai genitori di accorgersi del

problema?


"All'inizio no, la passione per il computer

e la resistenza ad andare a scuola vengono

viste come fisiologiche dell'adolescenza.

Non solo: il fatto che un ragazzino esca poco

di casa tranquillizza i grandi, visto che fuori si

pensa ci siano i pericoli. Solo quando il problema

diventa eclatante perché il ragazzino sta male,

ha crisi di panico e non frequenta nessuno,

allora i genitori chiedono aiuto".
Che percorso proponete, come psicologi?
"Il lavoro che facciamo è molto complesso

perché spesso i ritirati non vengono in seduta.

Li dobbiamo andare a cercare, fare visite

domiciliari, rintracciarli sulla rete, parlare con i

genitori e gli insegnanti. Una volta superata

questa fase, la prognosi è spesso positiva.

Con il terminare dell'adolescenza, in genere, il

problema rientra.

Ma è un percorso lunghissimo".